NON CHIAMATEMI AFROITALIANA

Qualche giorno fa è successa una cosa che capita davvero di rado. Alla fine della consegna di un articolo che mi era stato chiesto di scrivere, il redattore mi ha domandato: come preferisci essere identificata? Ti piace il termine afroitaliana?

Era la prima volta che qualcuno mi chiedeva che tipo di animale fossi e in quale definizione della mia identità mi sentissi più a mio agio. L’ultima volta che mi hanno chiesto due parole sul mio conto, mi hanno definita “blogger migrante di origini ghanesi”.

Ripeto.

Blogger. Migrante. Di origini ghanesi.

Sono nata a Santa Maria Capua Vetere, nella ridente provincia casertana, da genitori piuttosto ghanesi. E fin qui ci siamo. Ma quel “migrante” dove lo mettiamo? Che cosa significa, di preciso? L’unico posto da cui sia realmente migrata è stato l’utero di mia madre, da cui ho ereditato il suo status giuridico che era anche il suo stigma: straniera, extracomunitaria, immigrata. Ma dopo il suo utero, tutto quello che conoscevo del Mondo si chiamava Italia. Tutto quello che avevo ereditato dentro e fuori invece, Ghana.

Queste erano le terre di confine che delimitavano la mia carne, i miei pensieri, tutto ciò che desideravo o potevo immaginare e mi stava bene così, perché entrambe mi appartenevano in un modo così intimo, rabbioso e toccante, e forse mai sarei riuscita a spiegarlo fino in fondo,  all’infuori di me. Nonostante ciò quel giornalista non mi aveva ascoltata. Non gli interessava di me o della mia storia, ma di una definizione che fosse immediatamente appetibile e riconoscibile per un pubblico diseducato ad ascoltare e rileggere con un occhio più attento sto pantano di stereotipi e cose mal fatte che chiamiamo più semplicemente, la società.

Ancora oggi il mio migliore amico, a distanza di anni, per fare ironia su quel terribile articolo mi chiama blogger migrante. Tuttavia, sopra le risate che mi suscitano sempre i tentativi da parte di giornalisti ed intellettuali di semplificare e spiegare  la nostra presenza in quanto “nuovi italiani” resta sempre il problema della definizione: chi definisce chi e in che modo? Ma soprattutto una definizione univoca con la pretesa di spiegare tutto e subito, è davvero legittima?

Quando il redattore mi ha fatto quella domanda, mi sono sorpresa proprio per queste precise ragioni. Ero così abituata a vedere rimaneggiata la mia identità che quella domanda mi aveva letteralmente spiazzata. Afroitaliana era un qualcosa che avevo già sentito e che onestamente, fin dal primo istante mi ha dato immediatamente sui nervi.

Ma quale afro e quale italiana? Si, lo ammetto. Suona benissimo. E potremmo definire questo nuovo termine come la sorellina scema del ben più noto termine “afroamericano”. Il problema è che sebbene le due definizioni siano volutamente simili nella forma e nell’intento di spiegare la molteplicità di una singola identità, nascondo tuttavia un dietro le quinte storico parecchio complesso. Che è quello stesso dietro le quinte che mi ha portata a rifiutare questo termine.

Voglio essere chiara. Ognuno ha il sacrosanto diritto di definirsi come gli pare e di morire col nome che sceglie di avere. Nessuno dovrebbe avere il diritto di decidere sul tuo conto. Tuttavia esiste un momento personale in cui termini che nascono senza pensarci troppo su, cominciano a starti stretti, ad incollartisi addosso senza che tu possa fare nulla per dire, no, non ci sto. Quel redattore mi ha regalato un momento più unico che raro, ma pensate che sia stato lo stesso, per tutte le volte che qualcuno si è preso la libertà di chiamarmi afroitaliana?

Tanto per cominciare, ho risposto al Redattore, l’Africa è un Continente e non un Paese. Ho passato tutta la vita a spiegarlo alla gente, con l’ironia, con la rabbia, con la calma serafica di una che sa benissimo che non verrà ascoltata ma che ci prova comunque; e ciò nonostante, il più delle volte la cosa non veniva recepita. Non ho mai capito come i bianchi riuscissero a ridurre le dimensioni di un Continente a “Paese dove tutti i neri si conoscono” ma lo fanno, ne sono perfettamente in grado, e questo e un problema. Per tale ragione ho sempre insistito sulla provenienza delle mie origini. Il Paese si chiama Ghana. Ha una sua cultura, dei suoi pensatori, una sua Storia, una sua economia, movimenti artistici e culturali innovativi, tecnologia, università, città povere ma anche ricche e una classe media in forte crescita. Se vivessimo in un Mondo dove l’Africa non è percepita come un eterno villaggio vacanze che all’occorrenza diviene  inferno di guerre civili – le uniche narrazioni disponibili in Europa – non dovrei insistere su banalità di questo tipo, che poi sono le stesse banalità che definiscono un Paese qualsiasi. Ma qui ogni giorno, tocca spiegarlo che da quelle parti non si vive sulla cima di alberi di banano, con un osso nel naso e la sindrome di Kwashiorkor. Si vive e basta e soprattutto si ha una coscienza e conoscenza di quella che è stata la propria Storia. Dunque a chi è utile e più comodo chiamare “africano o africana” una persona nera che ti dice precisamente da che parte dell’Africa viene? Agli ignoranti che sanno di ignorare perché non sapere ti permette di poter continuare a esercitare sugli altri il potere coercitivo degli stereotipi? E magari della cultura africana  o di una lingua africana, quando invece nessun africano si sognerebbe mai di chiedere ad un bianco europeo se parla o conosce la lingua europea. Perché l’Europa è un Continente. E non esistono Continenti con culture univoche o lingue continentali.

La Storia della presenza degli africani in Italia – e in questo caso la definizione generica va bene perché si parla di una moltitudine di soggetti provenienti da diversi Paesi di un Continente, come nel caso degli Europei – non è una Storia che comincia con la schiavitù e con la Tratta Atlantica.

Noi che qui viviamo e vogliamo vivere, non abbiamo vissuto il trauma dello sradicamento coatto e criminale della schiavitù. Nessuno ci ha rapiti, né ci ha fatti riprodurre come delle bestie, per alimentare il mercato dello schiavismo, continuato per secoli, al punto da far dimenticare da dove provenivano. Gli afromericani hanno nel colore della pelle, l’unica testimonianza residuale del loro rapporto con l’Africa. E’ per questo che si chiamano african american, ossia africani americani. La schiavitù ha cancellato i legami con le tribù del Continente. Ha ucciso le loro lingue natie e disperso la cultura che ogni donna, uomo o bambino, si portava dentro, dal momento in cui veniva rapito, stipato in una stiva verso il Nuovo Mondo e rivenduto in una terra che da quel momento sarebbe diventata la loro nuova casa. E’ questa la tragica storia che sottende la definizione di afromericani.

Non posso accettare, in quanto singola di essere definita afroitaliana. Italo-ghanese è quello che voglio essere ed è quello che sono sempre stata. Perché so da dove vengo, perché l’Africa non è solo Storia schiavitù, di vaghezza di terminologie che tolgono a quel Continente le sue particolarità e la sua specificità.

Perché tutto deve essere ridotto, minimizzato, impacchettato e reso minuscolo, solo perché la gente non vuole fare uno sforzo per chiederti chi sei o cosa vuoi essere?

Io voglio che le persone mi chiedano del Ghana. Voglio anche che nessuno abbia più scuse per essere pigro. Africa è un concetto semplice, un concetto che fa bene ai pigri, che ti suscita dentro immagini e concetti in parte razzisti, quasi mai decolonizzati.

E afroitaliano usato per definire me, Djarah Kan, piccola, singola e nera,  fa più o meno ciò che aveva fatto “blogger migrante” alla mia individualità.

Non capisco come sia stato possibile, dare per buono questo termine,

senza domandarsi se fosse giusto o meno, ricorrere ancora una volta a una parola semplice, per spiegare una cosa troppo spesso complicata come la definizione dell’altro. Eppure tanti ragazzi della mia età, hanno ritrovato una nuova pace, una leggerezza e una legittimità nella parola afroitaliano, che un po’ mi fa tristezza, perché in fondo so da dove vengono. Come so in che parte del proprio animo, si genera quella voglia di non doversi più sentire dire seconda, terza, quarta, quinta generazione, pregando il giorno in cui chi ha l’autorità per decidere se sei straniero o no, smetta prima o poi di contare le generazioni che ti separano dall’accettabilità e dal diritto di fare parte di un Paese, anche se non sei bianco. La fascinazione che provano i ragazzi come me, per gli Stati Uniti e per gli afromericani, è la stessa che provano tutti quegli intellettuali (specialmente di sinistra) che senza problematizzare assolutamente la definizione, hanno deciso che a tutte le persone nate in Italia da genitori africani, dovesse stare bene essere chiamate afroitaliane e afroitaliani.

Qui abbiamo a disposizione due termini che per assonanza, sono affascinanti, e comodi da usare. Ma uno dei due, afroitaliani, viene usato impropriamente, per definire anche i singoli individui come me, che non hanno scelto di chiamarsi in questo modo perché ci tengono a ribadire che ogni singola cultura conta. E un po’ come quando dopo la fine dei regimi coloniali in Africa, si scelse di mantenere quelle linee tracciate col righello, che di fatto, avevano fatto a pezzi culture e filosofie millenarie, dicendo in sostanza che, da oggi in poi sarete tutti congolesi, ghanesi o liberiani. Anche se parlate lingue diverse, e le vostre tribù si odiano da una vita intera.

Non si può pensare di usare le parole con una tale incoscienza. Perché le parole impastano il Mondo come lo conosciamo. Per me sono come mani, che si muovono e che manipolano il suono per dare un nome, un carattere e una storia, praticamente a tutto. Ed è per questo che non mi piace essere definita afroitaliana. E’ un termine che non ti dà modo di spiegarti, che fa comodo magari agli altri, ma a me no di certo.

E se gli intellettuali e gli attivisti che si definiscono antirazzisti usassero questa parola per definire un gruppo di persone originarie di diversi Paesi del Continente Africano ma allo stesso tempo accomunate dal fatto di essere nate oppure cresciute in Italia, farebbero un favore a tutti.  

No, non chiamatemi Afroitaliana.

Perché l’Africa è un Continente e non un Paese, come l’Italia.

Perché gli afroamericani sono una cosa precisa, e si chiamano così per un motivo preciso. Se potessero tornerebbero indietro  per scoprire da dove diamine provengono. Certo è che siamo tutti Africani, ma abbiamo anche voglia di restituire a un Continente il cui significato si è ridotto all’osso, qualcosa in più di quello che già ha.

Anche se afroitalian* fa figo e sa troppo di international, di cose già sentite, comode da usare, immediatamente digeribili, americane, dove sembrare afroamericano in Italia, è sempre meglio che sembrare africano e basta, non fatevi ingannare dall’aspetto smart e accettabile del termine. Insistete. Obbligate la gente a pronunciare bene i vostri nomi. A includere nelle loro mappe geografiche anche il resto del Mondo che vi portate dietro. Non vi chiamate Mario o Giovanna, solo perché i bianchi si scocciano di pronunciare i vostri nomi con scuse come “sono troppo complicati”. Anche Mario è complicato da pronunciare, per uno che per tutta la vita ha ascoltato suoni e accenti diversi. Ma gli africani “devono imparare la nostra lingua”. Altrimenti “l’integrazione” gli sarà preclusa.

Sono ghanese. E qualche volta, di solito quando me lo concedono, riesco anche ad essere italiana. Voglio che la gente impari a pronunciare e scrivere correttamente il nome della terra di mia madre, così come io ho imparato a scrivere parole come Brembate di sopra o Nietzsche. Senza errori ortografici o lamentele.

E infine, non chiamatemi afroitaliana perché questo termine, per quanto mi riguarda, andrebbe usato solo al plurale. La sua potenza si mantiene integra, ed è legittima, solo quando testimonia la presenza di un movimento di persone che cresce, scrive, produce cultura e ne aggiunge dell’altra, all’Italia.

Mi sono rotta le scatole di far stare sempre comodi gli altri. L’identità è un affare sporco. Un terreno complesso, che necessita di tanti dubbi, più che di facili risposte.

Impariamo a stare in un Mondo che si complica. Mi sa che solo così capiremo che quello che reputiamo difficile, in realtà è solo voglia di non ascoltare, ciò che si dice di nuovo là fuori.  

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